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Il metodo tre e la teoria polivagale

Il sistema nervoso dei mammiferi è il prodotto dell’evoluzione: attraverso i processi evolutivi si sono sviluppate specifiche caratteristiche neurali e comportamentali.
Nella teoria di MacLean il “cervello rettiliano” è deputato alle reazioni viscerali e di sopravvivenza (Mac Lean, 1984) ed è capace di reagire in modo rapido a stimoli di pericolo o minaccia, comunicando con il corpo attraverso il sistema nervoso autonomo o neurovegetativo.
Ciò può avvenire senza che siano necessariamente coinvolte le strutture superiori, ma se lo stimolo ambientale è particolarmente intenso, sarà processato anche dalle altre strutture cerebrali, quindi dal sistema limbico (come attivazione emotiva) e a livello corticale (nel senso dell’attivazione cognitiva, che porta alla valutazione della pericolosità dell’evento).
Stephen Porges ha ripreso le teorie e ricerche di Mac Lean, approfondendo in particolare lo studio della fisiologia del sistema nervoso autonomo ed elaborando la “teoria polivagale” (Porges, 2001).

Porges introduce la teoria polivagale come la spiegazione per cui esperienze traumatiche e abuso cronico alterano i processi omeostatici fisiologici e il comportamento sociale e come il trauma distorce la percezione e sostituisce comportamenti sociali spontanei con reazioni difensive.

La teoria polivagale

Secondo la teoria polivagale l’evoluzione fornisce un principio organizzativo per comprendere la regolazione neurale del sistema nervoso autonomo degli esseri umani. I circuiti neurali che creano la gerarchia delle risposte filogenetiche che regolano l’adattamento dello stato comportmantale e fisiologico sono tre: ambienti sicuri, insicuri e pericolosi per la vita.

Esistono metodi per valutare le conseguenze delle esperienze legate a traumi e possibili interventi terapeutici che favoriscano la neurocezione della sicurezza, con conseguente benessere fisico e mentale.

Relazionalità e salute

Noi siamo esseri sociali, gli esseri umani hanno bisogno gli uni degli altri; i regolatori della fisiologia sono infatti “radicati” nelle relazioni (M. Hofer). La relazionalità è la capacità nelle persone di regolarsi vicendevolmente; essa fornisce il meccanismo neurobiologico per collegare comportamento sociale e salute mentale e fisica.

Ma quali sono le caratteristiche che ci fanno sentire al sicuro oppure diventare ipervigilanti e sulla difensiva o che ci portano a reazioni di immobilizzazione e dissociazione?
I fattori che migliorano una relazione sono per esempio la vicinanza, la postura, la voce, la reciprocità; queste comunicano più delle parole.

Se l’ambiente è sicuro lo stato fisiologico attiverà comportamenti di impegno sociale, gioco e modalità affettuose. Il trauma, invece, interrompendo la relazionalità, distorce la consapevolezza sociale, sostituisce comportamenti associati all’impegno sociale con reazioni difensive e interferisce con una sana co-regolazione reciproca di stato. Dopo un trauma l’ambiente viene percepito come insicuro e la reazione difensiva è quella di attacco-fuga; nel caso in cui la percezione è quella di pericolo di vita la risposta fisiologica è quella del blocco.

Sentirsi al sicuro è un prerequisito necessario per la creazione di relazioni sociali forti e per l’efficacia di un supporto sociale nella “guarigione” di patologie fisiche e mentali. Per questo il lavoro terapeutico a seguito di un trauma subito deve focalizzarsi sulla ricostruzione di una relazionalità sicura attraverso:

  • interazione faccia a faccia e/o vocalizzazioni prosodiche volte a ridurre le potenziali reazioni difensive a movimenti, vicinanza e contatto fisico
  • reciprocità
  • movimento e inibizione del movimento
  • gioco (terapia) come “esercizio neurale”: esso consente la co-regolazione dello stato fisiologico per promuovere gli stati neurofisiologici che supportano la salute mentale e fisica.

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